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“Pet Sounds” compie 55 anni: 10 cose da sapere sulla sinfonia pop dei Beach Boys

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L’album capolavoro del gruppo californiano usciva il 16 maggio del 1966. Allontanandosi dall’immaginario surf dei primi successi, Brian Wilson guida la band in un’opera stratificata, tra orchestrazioni e armonie vocali complesse, realizzando un album capace di segnare profondamente la musica pop. Ecco 10 curiosità sul disco

Il 16 maggio del 1966 usciva “Pet Sounds”, il disco dei Beach Boys che, accolto tiepidamente agli inizi, negli anni ha acquisito lo status di capolavoro assoluto del pop. Quasi un album solista del leader della band Brian Wilson, “Pet Sounds” segna l’allontanamento dall’immaginario surf  e californiano dei primi successi della band, approdando a un sound stratificato, sul solco del Wall of sound di Phil Spector: armonie vocali intricate e arrangiamenti vertiginosi, tra un’imponente orchestra, tecniche di registrazione avveniristiche per l’epoca e l’integrazione di suoni insoliti come campanelli di biciclette e l’abbaiare dei cani. In pratica, una sorta di “sinfonia pop barocca”, capace di segnare indelebilmente i Sixties ma anche le generazioni future, e che ha stregato primi fra tutti anche i Beatles. Ecco le 10 cose da sapere su questo album epocale.

La reazione della band ai primi demo

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L’album è quasi un’opera solista di Wilson, scritta dall’artista lontano dalla band. “Cosa è ‘sta roba? Dove sono i surf e le auto veloci?”. Questa in sintesi fu la reazione degli altri Beach Boys – appena tornati da un tour in Giappone – quando Wilson fece sentire loro i demo di gran parte delle canzoni, che aveva realizzato in solitaria e che sarebbero finite nel disco.
La lunga lavorazione
Brian Wilson impiegò oltre un anno per realizzarlo, lo stesso lasso di tempo in cui i Beach Boys pubblicavano normalmente due-tre album. Due mesi furono necessari solo per realizzare i testi, scritti insieme al pubblicitario Tony Asher, abile nel tradurre e a interpretare su carta le visioni e il mondo interiore di Brian Wilson.
Gli strumenti
Wilson chiese e ottenne di avere in studio alcuni dei migliori turnisti dell’epoca, anche di provenienza classica, per assecondare la sua visione musicale. E poi una grande orchestra: violini, ottoni, pianoforte, clavicembalo, armonica, fisarmonica, sassofono, flauto, clarinetto, vibrafono, triangolo, marimba, tamburello, campanelli, due bassi, chitarre, batteria, percussioni varie e, per la prima volta su un disco pop, una variante del theremin. Ma non solo: sono tantissimi i suoni insoliti inseriti nei brani, tra cani che abbaiano, campanelli di bicicletta e lattine di Coca Cola.
Un muro di suono
La tecnica di registrazione e l’utilizzo dello studio da parte di Wilson si era sviluppata negli anni e probabilmente raggiunse il suo apice proprio con “Pet Sounds”. Il disco si basava in pratica su una rielaborazione del Wall of Sound creato dal celebre produttore Phil Spector. Wilson creò prima le basi con l’intera orchestra che suonava dal vivo, per poi aggiungere le parti vocali. Proprio come Spector, Wilson fu un pioniere dell’uso dello studio come strumento: esplorava le nuove combinazioni di suoni che emergevano dall’uso simultaneo di diversi strumenti elettronici e le univa alle voci con eco e riverbero. Spesso raddoppiava le parti di basso, chitarra e tastiere, accorpandole con suoni di strumenti insoliti per inventare nuovi sound. L’apparente semplicità delle canzoni di Wilson è spesso confrontata con i suoi arrangiamenti molto più complessi e avventurosi di quanto ci si aspetti dalla musica pop.

La copertina

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Le foto di copertina dell’album furono scattate il 15 febbraio 1966 allo zoo di San Diego, quando era stato già deciso che il nome del disco sarebbe stato “Pet Sounds”. Il nome dell’album e della canzone omonima – “suoni di animali” – derivano da una battuta di disprezzo che Mike Love – l’altro cantante della band – fece non appena Brian gli suonò i brani su cui stava lavorando. Mike disse: “Chi ascolterà questa roba? Un cane?”.
I singoli
Il primo singolo estratto dall’album fu “Caroline, No” , seguita da “Sloop John B” e infine da “Wouldn’t It Be Nice”, uno dei brani più celebri dei Beach Boys, primo pezzo dell’album e l’unico che riprende il sound “da surf” del repertorio precedente dei Beach Boys, una melodia trascinante che si ricollega ai successi della band dei primi ‘60.
La coincidenza
“Pet Sounds” fu pubblicato lo stesso giorno di un altro importantissimo disco per le sorti della musica americana e non solo: “Blonde on Blonde” di Bob Dylan.
“Good vibrations”, il brano che doveva esserci
Durante la lavorazione dell’album, Wilson si recò di nuovo in studio con una nuova canzone, “Good Vibrations”. Poco dopo Wilson diede ai manager della Capitol Records una lista provvisoria delle canzoni di “Pet Sounds”, che includeva anche “Good Vibrations”. Nei mesi successivi continuò ad affinare le canzoni in studio e infine, con grande sorpresa del gruppo, decise per l’eliminazione di “Good Vibrations” dalla scaletta di “Pet Sounds”, sostenendo che aveva ancora bisogno di tempo per lavorarci. La canzone, uno dei più grandi successi dei Beach Boys, vedrà la luce come singolo qualche mese dopo l’uscita di “Pet Sounds”.
Il tributo di Paul McCartney
Paul McCartney considera “God only knows” come la più bella canzone d’amore mai scritta e ha più volte dichiarato di aver regalato una copia di “Pet Sounds” ai suoi figli nei momenti più delicati della loro vita. Il produttore dei Beatles George Martin disse che senza “Pet Sounds”, “Sgt. Pepper’s” non sarebbe mai stato realizzato: quell’album dei Fab Four era un tentativo di eguagliare “Pet Sounds”.
I riconoscimenti
Certificato disco di platino, dal 1998 l’album è entrato a far parte della Grammy Hall of Fame. Inoltre è al primo posto della classifica dei 100 migliori album della rivista “Mojo”, al primo posto dei 200 album più belli di sempre di “Uncut” ed al secondo posto dei 500 migliori album di “Rolling Stone”.

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